Mpho Matsipa, architetto ed educatore, Johannesburg

tradotto da Alessia Petrolito

intervista di: Asha Veal Brisebois / tradotto da: Alessia Petrolito
original, English-language version available HERE

Skype tra Mpho Matsipa e Asha Veal Brisebois

Mpho Matsipa ricopre il ruolo di assistente universitario aggiunto alla cattedra di Architettura alla Columbia GSAPP (Columbia University Grduate School of Architecture, Planning and Preservation) e di curatrice allo Studio-X Johannesburg. Matsipa è anche ricercatrice al Wits City Institute della University of the Witwatersrand, in South Africa. Dopo aver completato il diploma professionale in Architettura alla  University of Cape Town, con in design, Mpho è stata assegnata una Fulbright Scholarship e più tardi, una Carnegie Grant come dottoranda alla University of California, a Berkeley.

Mpho ha lavorato come architetto ed è stata nella rosa dei candidati in due prestigiose competizioni nazionali di design. Ha curato una gran quantità di mostre, compreso il padiglione del Sud Africa alla 11^ Mostra Internazionale di Architettura, alla Biennale di Venezia (2008), e curato Studio-X Johannesburg, una piattaforma sperimentale pubblica sull’architettura e la città. il suo interesse per la ricerca comprende globalizzazione e urbanistica  nelle città africane, giustizia spaziale, cultura, razza and rappresentazione.

yellow double square

MPHO MATSIPA: Una delle cose che sto cercando di capire o esplorare è la possibilità per nuovi e differenti linguaggi di parlare delle esperienze delle modernità africane. Credo molto sia stato scritto da studiosi come Edward Said e Valentin Mudimbe sul modo in cui l’Africa o l’Oriente siano stati prodotti attraverso fantasia e desideri coloniali, ma penso che ci sia uno scopo, particolarmente nel campo dell’architettura e della pianificazione urbana, basta pensare al modo in cui gli africani hanno effettivamente prodotto spazio nelle città africane, e le forme di desiderio e i desideri che gli africani hanno per se stessi riguardo a queste città.

Mudimbe direbbe che quando altre persone scrivono a proposito dell’Africa, quello di cui stanno scrivendo effettivamente è qualcos’altro. Quindi molti dei contesti concettuali che emergono da una specie di epistemologia europea poi vengono trasposti sull’Africa, e questo rende difficile dar senso alle esperienze africane, cosicché l’Africa e gli africani diventano di qualcos’altro.

Quello che la conferenza sta cercando di fare è di oltrepassare questo genere di critica della produzione di conoscenza, per considerare veramente ed esplorare i modi con cui gli africani stanno producendo spazio e pensando alle storie della modernità, al loro reale ruolo nella coproduzione delle città ed a trovare metodi per navigare le complessità, le contraddizioni, e i paradossi portati dalla modernità e la modernizzazione, incluso le complessità del progetto coloniale.

Ciò che riscontro nelle mie lettere è che pochissimi studiosi prendono seriamente i pensatori radicali africani quando riflettono sulla modernità in Africa, in questo modo ci muoviamo molto velocemente dal periodo della colonizzazione ad un discorso di sviluppo sponsorizzato dalla IMF e la World Bank. C’è un intero set di pensatori africani. Hai menzionato Senghor. C’è Julius Nyerere. C’è Kwame Nkrumah, che non figurano fortemente quando si pensa alla storia moderna africana da un punto di vista architettonico,  per cui sono molto interessata a cosa un ritorno a questo genere di desideri potrebbe significare per il modo in cui pensiamo al futuro.

“Il futuro non è inevitabilmente europeo o americano. Il futuro potrebbe essere qualcos’altro…”

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MM: Per me, è un discorso in evoluzione, visto che penso molto più attentamente a cosa un curriculum decolonizzato potrebbe significare, non solo in America ma anche in Sud Africa, dove la decolonizzazione è al centro di molte conversazioni che persone interessanti stanno avendo nel mio paese. Si tratta davvero di pensare a cos’è una pratica di decolonizzazione, non solo un’analisi critica dell’epistemologie coloniali, ma cosa significa produrre un diverso e a quali possibili condizioni si possa riconsiderare la storia, o ripensare al prodotto cittadino per l’immaginazione della città del futuro?

Il futuro non è inevitabilmente europeo o americano. Il futuro potrebbe essere qualcos’altro, ma per arrivare a questo, uno dovrebbe prendere seriamente l’Africa, le sue esperienze, le condizioni ed anche le sue creative. È un completo rifiuto di queste sorti di testi autorevoli sullo sviluppo, e qualcosa di molto più ipotetico e indefinito. È una conversazione che avviene tra praticanti, filosofi, plasmatori, e artisti spaziali attorno a quattro temi basilari. Al momento è un discorso aperto, spalancato.

MM: Studiai a Cape Town sul finire degli anni ‘90 e all’inizio del 2000, e sono praticamente parte di questo, appartengo alla prima generazione di persone andate all’università in un Sud Africa post-apartheid. I primi anni ‘90 furono un periodo di immenso ottimismo, e così la nostra generazione o la mia generazione fu molto meno politicizzata di quella corrente, che vede persone che adesso hanno appena passato la ventina.

I loro appelli sulla decolonizzazione sono molto più urgenti, molto più enfatici, di quello che erano 20 anni fa, ed io penso che sia stato fatto tanto per rianimare lo spazio intellettuale che abitiamo. Ma questo vuole anche dire che c’è parecchia resistenza. C’è parecchia resistenza alla decolonizzazione del syllabus, alla decolonizzazione del curriculum, alla decolonizzazione dell’istituzione…

“…così da sconvolgere quei facili silenzi e creare opportunità, creare opportunità che non riguardano veramente l’inclusione, ma centrano con lo spostare del tutto i termini della conversazione.”

MM: Abbiamo avuto uno Studio-X pop-up a Johannesburg due settimane fa chiamato Spatial Practices Liberation (Pratiche di liberazione spaziali), ed era la presentazione del libro di Mario Gooden, Dark Space. Una delle cose accadute in quel contesto, ed è stata una notte incredibile, particolarmente per quanto riguarda la conversazione, è stato un vero e proprio riconoscimento pubblico da parte di giovani e studenti del fatto che la professionalizzazione  e l’educazione in architettura non permettevano l’esperienza della maggioranza. C’era una specie di girotondo attorno a questa idea della gente nera e di colore come il problema, piuttosto che pensare alla disciplina come al problema che non riesce ad accomodare la realtà vissuta da pressoché tutti i presenti nella stanza quella notte.

Penso, ritornando alla tua domanda riguardante la pratica curatoriale, che questo sia dove per me subentra lo stimolo di un significativo lavoro curatoriale, così da sconvolgere quei facili silenzi e creare opportunità, creare opportunità che non riguardano veramente l’inclusione, ma centrano con lo spostare del tutto i termini della conversazione.

A questo non ho risposte perché non mi sono formata come curatrice, ma capisco qualcosa di i spaziali, quindi, forse se mi chiedi di gente con cui sarei interessata a lavorare…

Capisco l’uso del mapping, e riesco a pensare in scale multiple, ma penso che lavorando con un curatore e pensando alla città e alle potrebbe essere qualcosa di veramente, veramente interessante.

MM: Molto più interessante sarebbe pensare a forme di scambio che animino spazi che non sono considerati di valore, spazi che sono spesso svalorizzati e ignorati perché appartenenti al dominio pubblico. C’è un enorme differenza, in particolare questo è probabilmente vero per le città di ogni dove, ma io lo sperimento abbastanza intensamente quando mi reco in diverse città dell’Africa, dove la forma della città e la sua vita culturale non corrispondono l’una con l’altra in modi immediatamente leggibili. Penso che questo genere di… Non so qual’è la parola… Tu potresti sapere qual’è. Disgiunzione non è proprio la parola giusta, ma è come se scorressero una accanto all’altra e si intersecassero in strani tipi d’insiemi. Penso che per me, questa è una condizione interessante, la cui forma – che è il prodotto di questo tipo di bizzarre, etimologie bianche sulle civilizzazione e la modernità – e le attuali pratiche spaziali quotidiane hanno topologie differenti; e così il lavoro curatoriale diventa un pensare a come potrebbe essere una nuova configurazione o una nuova condizione spaziale dove la gente  si senta veramente accolta.

ASHA VEAL BRISEBOIS: Perfetto. Hai centrato il punto.

MM: Cosa?

AVB: Hai riassunto tutto ciò di cui abbiamo discusso e messo insieme, e poi hai terminato con questo ‘welcome.’

MM: Sto solo echeggiando quello che stavi dicendo anche tu, a proposito del genere di che uno prova. Forse possiede diversi registri per te come donna, come persona nera in America da quelli che ha per me come africana e come donna in una città coloniale. Penso che ci sia sempre per me un reale e pronunciato senso di malessere, ed è radicato.

È una delle prime cose che ricordo nel muovermi attraverso diverse condizioni di vita in  Johannesburg da bambina. Spostandosi dalla township alla scuola in periferia, c’era sempre questa violenza estetica che accade e ti marchia nei modi più disparati. Considerando tutte queste cose, pensando ai linguaggi dell’arte, e dello spazio fisico e della pianificazione urbana, si tratta veramente di cercare di trovare questo altro spazio che ancora non riusciamo pienamente a descrivere.

 “…così il lavoro curatoriale diventa un pensare a come potrebbe essere una nuova configurazione o una nuova condizione spaziale dove la gente si senta veramente accolta.”

MM: La scorsa settimana ero a Johannesburg, e ho avuto il privilegio di spendere due giorni con l’artista e performer Senzeni Marasela. Lei ha praticamente impersonato per gli ultimi tre anni questa figura, chiamato Theodora, la quale apparentemente è una donna nera di campagna che vaga per le strade di Johannesburg cercando suo marito, un operario.

Lei ed io. E lei fa il personaggio tutto il tempo. Andiamo fuori a cena in qualche ristorante a nord di Johannesburg, e siamo con due dei suoi figli, ma quando arriviamo al ristorante, tutto lo staff presume che lei lavori per me, e tutte le domande riguardanti il menu, i bambini e i posti a sedere sono dirette esclusivamente a me. Quella è stata una delle mie esperienze più intense di, no, l’esperienza non era la mia, ma mi ha portato ad avere una consapevolezza profonda riguardo ai modi in cui certe categorie di donne nere sono invisibili-zzate nella città, quotidianamente e in ogni sorta di modo, e in questo con la mia complicità, perché io ero letta come una madam, una signora, così era presumibile che lei lavorasse per me e che i figli fossero miei, e che il suo lavoro fosse pressoché aiutarmi con tutto.

Quell’incontro fu effettivamente abbastanza strano, anche perché è un incontro che non mi sarei aspettata tra due donne nere. C’è la politica di classe. C’è la politica spaziale della città. C’è una politica di genere che viene messa in funzione in un momento o in un incontro come quello.

Penso che quel tipo di performance art sia molto, molto interessante. Trovo che le persone che praticano la performance art abbiano proprio una consapevolezza acuta dello spazio, e delle condizioni spaziali, dei diversi luoghi, dei punti di transito, e dei focolai di tensione cittadini.

  • tradotto da Alessia Petrolito

    Mpho Matsipa:
    https://www.arch.columbia.edu/faculty/179-mpho-matsipa

    Alessia Petrolito:
    http://www.visualandcritical.org/user/alessiapetrolito

    Asha Veal Brisebois:
    http://www.ashavealb.com/