Paul Mpagi Sepuya, artista, Los Angeles

tradotto da: Alessia Petrolito

intervista di: Jameson Paige / tradotto da: Alessia Petrolito
original, English-language version available HERE

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Paul Mpagi Sepuya è un artista che attualmente vive e lavora a Los Angeles. Paul Lavora principalmente con la fotografia, trovando i suoi soggetti fra le sue amicizie e catturando momenti intimi seppur ambigui. Questi momenti sono spesso abbinati a brani letterari e conversazioni o in un singolo lavoro o attraverso una serie di oggetti. Il suo lavoro tratta tanto i criteri formali della fotografia, quanto la fluidità delle relazioni.

Paul ha l’abile capacità di complicare il suo lavoro costantemente. Egli è capace di usufruire di certe modalità di lettura (queerness, fotografia, ecc.), e poi, appena queste diventano familiari, sposta l’attenzione dello spettatore verso un nuovo modo di vedere.

Molto della mia ricerca interagisce con il modo in cui gli artisti usano il loro lavoro per fare i conti con l’identità. Ho riscontrato che le cornici istituzionali offerte dal mondo dell’arte sono spesso incapaci di comprendere completamente l’intelligenza e la complessità degli artisti. Questo diventa particolarmente evidente quando si viene a presentare un’opera che scava nell’identità. Sono attratto dal lavoro di Paul perché esso è capace di essere plurimo di significato, ma anche non facilmente determinato. Come dice lui stesso nell’intervista che segue, egli non affronta il tema dell’identità direttamente, ma nel suo lavoro significanti diversi possono saltare fuori come tangenti. C’è una confusione o un opacità che vela i soggetti nelle sue fotografie e negli spazi che lui stesso crea. Proprio quando ti sembra di esserci arrivato, ti ritrovi davanti a nuovi sviluppi.

Tra Paul e me ci fu una telefonata informale all’inizio di maggio. A cui seguì una e-mail, con quattro domande per cui ricevetti quattro risposte.

 

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Victor, 2011

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JAMESON PAIGE: Mi è veramente piaciuto leggere e sentirti spiegare quel che tu chiami ‘studio time’ (tempo in studio) Sembra che, attraverso la dislocazione dello studio come spazio fisico, ci sia il potenziale per la costruzione di un spazio queer, uno spazio che poggia su modalità di indeterminatezza, fluidità e sperimentazione. Puoi parlare più approfonditamente di come la realtà del non avere uno spazio adibito a studio abbia portato al concetto di studio time, e come questa transizione si relaziona all’orientamento queer dato allo spazio? Dopo aver avuto uno studio durante il tuo MFA (Master in Fine Art) come è cambiata o si è evoluta questa tua linea di pensiero?

PAUL SEPUYA: È stato il trovare un modo per definire il mio lavoro e metodo dopo essermi lasciato alle spalle la residenza d’artista allo Studio Museum, che ha ridefinito l’idea di studio time. Ma l’idea stessa, avendo letto O’Doherty’s Studio and Cube, è radicata nel sito fisico dello studio. Mentre prima vi pensavo come ad una serie di ricorrenti e sovrapposti processi di citazione e revisione al di sopra del tempo ed entro un sito specifico, l’abbandonare lo spazio fisico dello studio ha veramente aiutato ad espandere quell’idea verso una pratica complessiva. Il mio lavoro affonda nei miei relazioni, amicizie e sessualità che sono definite dall’omossesualità e dalla queerness. Per me l’orientamento queer dello spazio è lo stesso delle mie relazioni – l’apertura alla fluidità, ad una attività creativa, sessuale e platonica reciproca che ci permette di ridefinire continuamente e vicendevolmente le nostre relazioni, le immagini che creiamo, e come re-incorporiamo o diversamente, rispondiamo al materiale generato nel corso.

Ritornare ad uno studio al di fuori del contesto creativo e sociale di New York, un contesto che per un decennio e mezzo nemmeno mi ero accorto di aver dato per scontato, ha presentato una nuova serie di sfide. È troppo presto per parlare veramente dei miei pensieri post-MFA ma sono tornato a Los Angeles e alla UCLA (l’Università della California a Los Angeles) volendo tornare a lavorare e focalizzarmi specificatamente in fotografia. Tutte le grandi operazioni sociali volevo limitarle al creare e guardare fotografie.

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ALL IMAGES BY PAUL SEPUYA: Studio, January 27th, 2014

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Studio Work detail, 2013

JP: Non avevo realizzato che le componenti relazionali che fissavano le tue fotografie fossero tecnicamente parte del lavoro. Ora che ne abbiamo parlato mi sembra stupido averle pensati come separate; ma puoi dirmi di più su come le relazioni con i tuoi modelli sono parte del lavoro? Penso sia particolarmente interessante pensare a come l’atto del fotografare diventi un esercizio d’intimità in se stesso, che potenzialmente può rafforzare o alterare la relazione con i tuoi soggetti.

PS: Come minimo, ci deve essere un mutuo investimento nel lavoro e nella sua vita nel mondo. Perché la fotografia ci da frammenti oggettivati di noi stessi e degli altri, tutto è soggetto al gioco manipolativo dei nostri desideri, il più essenziale codice etico della fotografia è la cura. Tutto il resto segue.

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Portrait Study 1, 2016

JP: Prendendo in considerazione come il tuo lavoro è stato codificato da curatori e critici, mi domando come negozi il tema dell’identità nel tuo lavoro, se proprio come tua stessa identità, o come questioni più grandi di te. Da quanto mi hai detto, so che una delle ragioni per ritornare a scuola e prendere un MFA era di riguadagnare il controllo della narrazione del tuo lavoro. Questo è dipeso da come il mondo dell’arte ha inappropriatamente letto il tuo lavoro lungo le linee dell’identità o addirittura ti ha incasellato?

PS: Più che letto erroneamente, direi che il mio lavoro è stato aperto a troppe interpretazioni complementari e conflittuali. Non faccio lavoro che tratta di razza, ma è possibile che talvolta questo si intersechi con idee sull’argomento. Io uso la sessualità formalmente: la prendo come un dato. Dirigere la narrazione sta a me. Resisto ad ogni modo di leggere il mio lavoro che non prenda la mia vita per intero in considerazione per una interpretazione.

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Study For Roses at Night, 2006-15

JP: Sono curioso se su queste linee potresti pensare al tuo lavoro e metodo come queerico nella sua composizione. Di certo, si crea un collage molto interessante tra medium e testi, che, per me, genera un po’ di opacità e ambiguità nella lettura del lavoro. Io vedo l’opaco e l’ambiguo come attributi ricorrenti del queer al di là delle tue fotografie. Per esempio, il sostituto del tuo artist statement (dichiarazione d’artista), quello che chiami Script for Some Recent Pictures (Copione per alcune fotografie recenti) mostra completamente la complessità del tuo lavoro e come in esso la leggibilità diventi estremamente soggettiva e costruita. Lo strato che esso aggiunge alla comprensione del tuo lavoro, specialmente nel identificare le strane intimità rappresentate nelle tue fotografie, è per me davvero affascinante. Potresti spiegare come la queerness entra in gioco nel tuo processo di lavoro, nei lavori finiti stessi, e se queste due modalità di queerness sono del tutto differenti o uguali? Con questa domanda sto anche pensando al tuo interesse per come lavora la fotografia, a quello che credo tu abbia chiamato le soggettività condivise degli spazi sociali, sessuali e artistici.

PS: Si mette in atto nel modo migliore quando, considerando che omossesualità e queerness sono codificate (anche se aperte a tutti) esse approfittano di conoscenza privilegiata o dell’esperienza per leggere o dare un senso a lavori particolarmente a portata di mano. Molto del contenuto del mio lavoro può solo essere spiegato con il gossip, in particolare le relazioni sociali suggerite dalle immagini; attraverso il riconoscimento o il falso riconoscimento che si inserisce nei miei rapporti con i soggetti e che suggerisce idee più grandi.
Quindi trattando di queerness nella composizione, o di come il collage funziona nella macchina fotografica o nello spazio dello studio, tutto rinvia a questi elementi soggettivi fatti formali.

Self-Portrait study with two fingers_2015

Self-Portrait Study with Two Fingers, 2015

  • tradotto da: Alessia Petrolito

    Paul Mpagi Sepuya:
    http://paulsepuya.com/

    Alessia Petrolito:
    http://www.visualandcritical.org/user/alessiapetrolito

    Jameson Paige:
    http://sites.saic.edu/sugs/team/jameson-paige/
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    ALL IMAGES BY PAUL SEPUYA:
    Image 1, Studio January 27th, 2014
    Image 2, Studio Work detail, 2013
    Image 3, Victor, 2011
    Image 4, Portrait Study 1, 2016
    Image 5, Study For Roses at Night, 2006-15
    Image 6, Self-Portrait Study with Two Fingers, 2015